Cristiani da far paura

aquarius.jpg_997313609Qualche giorno fa siamo scesi in spiaggia per goderci prima della partenza una giornata in riva al mare, che rivedremo se tutto va bene, a settembre. Vedo arrivare in lontananza lui, il “vu cumprà”. Percorre un lungo tratto di spiaggia nonostante ci siano pochi bagnanti. Come al solito, porta sulle spalle un peso non indifferente. Non è per niente giovane, e si vede che seppur abituato alle temperature alte del Senegal, sia provato dal caldo e dalla stanchezza. Come tutti gli altri, ha una famiglia lontana alla quale cerca di assicurare il minimo necessario. E ha una casa, abbastanza diversa da quelle occidentali, che è il luogo in cui col pensiero si reca centinaia di volte al giorno, per darsi forza. Arriva sempre con la testa bassa e le spalle curve e portate in avanti; sa anche lui che la gente è stanca perché sono in tanti. Ma appena incontra uno sguardo, sorride teneramente. Ogni tanto parliamo, e il suo modo di porsi è sempre discreto ed educato. Ogni volta che lo vedo mi chiedo quali fossero le sue speranze quando ha consegnato la cospicua somma di denaro che gli ha permesso di sognare. Avrà mai pensato che sarebbe stato così faticoso? E’ comunque fortunato, perché a differenza di molti (oltre i trenta mila morti negli ultimi anni durante l’attraversata), lui alla destinazione è arrivato. E ha la fortuna di avere questo lavoro che gli permette di guadagnare poco, ma abbastanza da poter dividere un affitto con altri connazionali, e in tasca gli restano così 200 euro mensili. Stavolta mentre lo vedevo arrivare, mi sono sentita in forte imbarazzo. Avrei avuto difficoltà a reggere il suo sguardo. Siccome non bastassero già i pesi, ora si è aggiunta anche la paura del non sapere come e dove andrà a finire domani.

Ho provato vergogna di essere cittadina di un paese, culla della cultura, della civiltà e del diritto che ora condanna chi già ha perso tutto. Ho ricordato il giorno di qualche anno fa in cui dissi credendoci pienamente “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Fosse oggi, penso che non avrei più lo stesso entusiasmo. Nel guardarlo, nel pensare agli sfortunati sull’Aqaurius, per un attimo non mi sono riconosciuta più in questo stato. Credo sia una cosa grave, ma è difficile riconoscersi in uno stato fatto di persone che da settimane non smettono di sentenziare con parole che sanno di odio contro i deboli, al mercato, agli angoli delle strade, nello spazio virtuale. Così come non mi riconosco affatto in chi ora ha nelle mani le loro sorti e che questo stato lo rappresenta. Fa male toccare con la mano l’inconsistenza del pensiero comune, mediocre, perché assorbiamo tutto come spugne senza riflettere e senza cercare da soli le verità. Facciamo nostro tutto ciò che ci viene detto, non solo perché non teniamo più libri, ma telefonini in mano, e anche perché siamo tanto limitati nell’amare. Ci sono persone che si fanno i conti con i soldi dei fondi europei (che non si posso dirottare) destinati alla gestione dei migranti dicendo ancora che con quelle somme avremmo potuto aiutare “i nostri”. Si, li abbiamo aiutati già, specialmente coloro che hanno speculato sulla gestione delle quote. Ma non vorrei nemmeno da lontano toccare la soglia di un pensiero politico… La stessa veemenza che dobbiamo mettere nel chiedere alla politica di fare di più e di meglio, dobbiamo poi usarla nel fare ciò che tocca a noi cristiani: servire, operare senza “se” e senza “ma”.

La cosa che fa più male è vedere e sentire cristiani che battono i pugni sul tavolo con più frenesia degli altri. Per un cristiano non c’è un “prima i nostri”, perché “nostro” è ogni essere umano. C’è invece un “amatevi gli uni gli atri come io ho amato voi”, perché chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede. C’è un “ero straniero e non mi avete accolto”, che oggi più che mai graffia le coscienze fino a farle sanguinare. C’è un “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo”. C’è il “come ho fatto io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Le parole di Gesù sono imperative: dovete! Inginocchiarsi di fronte all’altro per sollevarlo dalla sua povertà fisica o morale, dalla sua sofferenza, per il cristiano non è un optional, semplicemente deve: “Fatte questo in memoria di me.” “Dovete”: non ci sono delimitazioni o restrizioni; non ci sono postille che dicano che i primi devono essere quelli come noi, postille che indichino come alcuni debbano venire prima di altri. Non è affatto nello stile di Gesù manifestare preferenze, se non nei confronti degli ultimi, chiunque essi siano. Fa male guardarsi attorno e vedere cristiani che (facendo anche molto rumore) prendono le distanze dal Vangelo. La “pacchia” non è finita come pensano, ma appena inizia. Inizia una pacchia molto pericolosa, quella della coscienza e della ragione che, rifacendomi alla visione di Goya, farà nascere mostri. Basta fermarsi a riflettere su dove sia finito il nostro spirito cristiano, del quale sappiamo ormai solo riempirci la bocca.

“Lupus est homo homini” di Plauto, oggi riassume perfettamente la nostra condizione. Fa male l’ipocrisia nel dirci cristiani, uomini e donne che accolgono, che servono, che amano. No, non sappiamo amare nel fermarci al cerchio stretto della propria famiglia, ambiente o struttura nella quale ci piace identificarci. Non è amore quello che si chiude al diverso. Non è amore quello che fa comodo. Non è amore quello che pone condizioni. Non è amore quello che guarda alle proprie necessità e ne fa una priorità. Non è amore quello che isola. Non è amore quello che giudica. Non è amore quello che non sa più guardare negli occhi. Mi fa paura ciò che sento e leggo questi giorni, e fa paura il nostro denudarci gratuitamente e sbandierare con leggerezza sentenze che ci rendono così piccoli. E’ vergognoso e offensivo nei confronti della nostra natura, che è ben altro. Fa paura guardarsi attorno, anche tra le persone con le quali si condivide lo stesso credo e cogliere che sono pochi, troppo pochi coloro con i quali si è in sintonia nel sentire e pensare. Sopraggiunge una sorta di scoraggiamento, perché non posso più avere la fiducia nemmeno nelle persone che pensavo di conoscere. E se un giorno fossi io a dover avere bisogno di loro? Fa paura al pensare che i nostri figli potrebbero assimilare l’ideologia della disumanizzazione dell’uomo, il futuro che stiamo costruendo: quello di arrivare a guardare inerti verso i disperati che bussano alle porte, perché noi abbiamo delle priorità e abbiamo già perso abbastanza tempo. E hanno inventato il “perbenismo”, dietro il quale c’è la resa di fronte al peso di una vocazione, quella cristiana, che sappiamo… è molto impegnativa e molto scomoda.

Scrive padre Giuseppe Celli nella sua proposta di lectio divina, Grembiule ai fianchi: “Beati noi se serviamo i sofferenti, gli incompresi, gli umiliati e tutti i crocifissi dei nostri giorni, senza mai servirci di loro. […] Beati noi se – indipendentemente dall’essere uomini o donne- sappiamo avere un cuore di madre per coloro che incontreremo sul nostro cammino. […] Beati noi se – a immagine della Comunità Trinitaria- sappiamo essere comunione di persone uguali e distinte.  Allora il sogno di Dio si fa realtà.” Beati noi, se avremo il coraggio di seminare amore, camminando controcorrente sulle vie del mondo.

Andreea Chiriches Leone

Il Dialogo, http://www.nostrasignoradelcedro.it/

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