Silenzio e neutralità- il “vivacchiare”

 

“Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.” Martin Niemöller 

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Ad ogni passo la vita ci pone di fronte a delle scelte. L’essere umano possiede per natura una motivazione intrinseca, dignità e desiderio di migliorare. Le scelte ci costruiscono, umanamente e spiritualmente; sia quelle positive che quelle negative fanno parte del processo di crescita ed imprimono ritmo, dinamismo e vigore alla vita. Rimanere neutri invece è sinonimo di accettazione apatica, di indifferenza, di una mediocrità che ci consente di sopravvivere senza assaporare realmente la vita, mutilando la dignità stessa. Per il cristiano il discorso diventa ancor più articolato; la fede in Dio non è statica, lo obbliga a mettersi continuamente in cammino, a compiere le scelte guidato dalla coscienza, luogo d’incontro con il Creatore. Egli ha il dovere di annunciare la Verità, di donare l’Amore; di non guardare la vita da semplice spettatore ma di buttarsi in essa con tutto lo slancio dello Spirito, per darle poi, come diceva San Giovanni Paolo II, i contorni di un proprio capolavoro.

Ti scongiuro davanti a Dio […]: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero,” scrive San Paolo nella seconda lettera a Timoteo. San Gregorio il Teologo invece legge nel silenzio una scelta consapevole di tradire Dio. Ogni silenzio e neutralità diventano abdicazione dalla Parola.

Tutti siamo alla ricerca di una vita spensierata, della comodità e dei consensi, cerchiamo di appartenere ad un gruppo oppure ad una comunità con la quale identificarci nelle aspirazioni, negli interessi. Cerchiamo il consenso confortevole ed il conformismo per essere accettati. Per avere tutto ciò non si può non ricorrere al compromesso, minore o importante che sia. E dove c’è compromesso c’è anche una finta sicurezza, anche ne rapporto con l’altro, e diventa difficile restare coerenti con la voce della coscienza e con la nostra vocazione cristiana. L’effetto del compromesso nella nostra vita è da paragonae allo sviluppo di un albero di Banyan: l’albero inizia il suo ciclo da pianta epifita, come seme, sviluppandosi su un’altra pianta che poi soffoca e uccide prendendone il posto. Alla stessa maniera il compromesso ci soffoca lo slancio vitale, ci sgretola la vita.

Diceva nel 1937 N. Steinhardt che tra i tre fenomeni del tempo c’era anche il tradimento della gente perbene: costoro fingono di non vedere e di non sentire, cioè tradiscono, non fanno il proprio dovere. Gli imparziali che registrano e tacciono sono i più colpevoli di tutto ciò che funziona male attorno a loro. I fenomeni di cui parla lo scrittore sono gli stessi di oggi, con la differenza che di fronte ai mutamenti trasversali etici e morali che mirano a snaturare e confondere l’essere umano, si avverte ancor di più la necessità di reagire: l’uomo di oggi sente sempre più imperativo il bisogno di affermare la sua natura ed i suoi diritti, di essere riconosciuto nella sua identità, in un mondo in cui le ideologie sovvrastano le coscienze addormentate; un mondo nel quale pensiamo di poter negoziare su tutto.

La responsabilità è direttamente proporzionale con il grado di coscienza. E’ facile fare i partigiani sprofondati nelle comode poltrone dietro le proprie tastiere, nei consueti discorsi che profumano di qualunquismo all’uscita dal supermercato e all’angolo della strada, e molto di meno nelle situazioni che affrontiamo in prima persona nella nostra quotidianità. O. Paler, scrittore novecentesco, osserva:

“Chi si è alzato contro il silenzio ha rischiato sempre di fare silenzio attorno a lui. La gente ti perdona molto, ma non ti perdona quando punti il dito contro la loro codardia. Egli vogliono sembrare nobili anche se non fanno nulla in merito, soprattutto quando non fanno nulla”. Ma la soluzione ce la offre la Parola: “Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; […] Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò […]”, troviamo nel decimo capitolo di Matteo. Siamo colpevoli, perché sono parole che benconosciamo ma non le viviamo. Come diceva Orwell, l’affermazione della verità sta diventando sempre di più un atto rivoluzionario. Perché c’è un linguaggio politico e sociale che rende credibile la bugia, rispettabili i crimini e solido il vento; e sempre più cervelli plagiati che si conformano agli slogan privi di fondamenta.

Chi deve e può reagire, anche nelle comunità cristiane, teme l’uomo e non Dio. Noncuranza, passività, l’indifferenza di chi si guarda attorno con le braccia conserte e spirito di rassegnazione completa l’opera di autodistruzione della nostra vera missione: essere sale per il mondo. Perché in realtà stiamo perdendo il senso del bene comune, della fraternità, e si da spazio ad un individualismo dilagante. Il cristiano invece ha il dovere di non “vivacchiare” in maniera aleatoria. E’ trasformato e cambiato da Dio e in Dio per vivere in conformità con Lui, che ci vuole decisi, felici, liberi e vivi. E’ chiamato a vivere degnamente, non nascondendo la testa nella sabbia per sfuggire disapprovazioni, minacce e solitudine. Egli è chiamato a percorrere la propria strada con o senza consensi, perché l’unico consenso che gli serve è quello di Dio. Non viviamo per soddisfare le speranza altrui e i desideri altrui su di noi, ma per migliorare noi stessi e per rendere un posto migliore il mondo attorno a noi. Viviamo per soddisfare le nostre proprie attese. Siamo chiamati a donare tutto ciò che siamo, come per intero si è offerto il Signore.

Ci vuole il coraggio di essere diversi, quel coraggio che è forza interiore. Il coraggio che non è assenza della paura, ma certezza del cuore. Abbiamo bisogno di una rieducazione della coscienza che in maniera assurda si vuole abolita. Ci vuole il coraggio di rinunciare a se stessi senza pensare al prezzo che si deve pagare per seguire la voce di Dio in noi. Ci vuole il coraggio di prendere posizione, di stare in equillibrio e di discernere. Ci vuole speranza, resistenza, responsabilità, fiducia in Dio e nell’uomo. Ci vuole fortezza, quella fortezza che sorge dalla sicurezza dell’amore di Dio.
Andreea Chiriches Leone

Il Dialogo, http://www.nostrasignoradelcedro.it/

Riflettendo si cresce, https://www.facebook.com/groups/146733842045630/permalink/1737808329604832/

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