” Questa scintilla non si spegne mai, torna e ritorna nuovamente, non per obbligarti, ma per liberarti. Nel momento in cui l’hai accolta e l’hai accettata, istantaneamente ti senti invaso da una pace profonda. Questa pace assume in seguito sfaccettature diverse. Tante volte non la si percepisce più come pace. Diventa una lotta con te stesso […]. Diventa una battaglia tra le scelte fatte in maniera libera e i desideri che nascono in seguito. Questo fare a botte tra scelte e desideri non ha nemmeno da lontano lo scopo di produrci sofferenza e dolore, ma è piuttosto l’unica via verso le profondità e le alture verso le quali ci siamo sentiti chiamati. ”  Fra Lucian Iosif Dumea- Padre, fratello e amicocammino.jpg

Questo combattimento interiore dona energia alla nostra vita, mantiene vivo lo spirito. Scrive padre Lucian che esso avviene affinché possiamo scoprire “bellezze nuove che ci abitano e che vogliono essere scoperte.” La presa di coscienza di questo desiderio di pace avviene insieme alla necessità di un  cambiamento interiore che si manifesta in genere come una scossa violente, seppur positiva. Nella conquista della nostra pace spesso non dobbiamo affrontare solo noi stessi, ma anche il contesto della nostra vita sociale, la nostra famiglia, la comunità nella quale viviamo. Tante volte questo scoraggia, può volerci del tempo affinché le persone attorno a noi accettino il nostro cambio di rotta.

Altre volte ritardiamo nell’accogliere la pace per non abbandonare la via comoda del restare aggrappati alle nostre certezze, ignari di impedire in tal modo qualsiasi possibilità di evoluzione del nostro essere. Le incertezze che tanto sfuggiamo invece, quella necessità di sperimentare il cambiamento è in sé l’evoluzione che porta alla libertà interiore. In quest’avventura bisogna partire da noi stessi, accettando ciò che siamo, i nostri limiti, le nostre fragilità, soprattutto i nostri doni facendo quindi amicizia con noi stessi e accettando coloro attorno a noi senza pretendere di poter imporre le nostre visioni, senza tentare di cambiarli.

Ci vuole il coraggio di rinunciare: a ciò che ci trattiene in uno sconfortevole stato di fermo, alle cose che appesantiscono la nostra vita, agli stereotipi in cui non ci ritroviamo più. Il coraggio di rinunciare a restare aggrappati al passato, facendo pace con esso, con ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Ma soprattutto il coraggio di rinunciare a voler essere ciò che le persone attorno a noi vogliono, lo specchio dei loro desideri; rinunciare a maschere e ruoli che indossiamo ed interpretiamo non per uno scopo egoistico, ma semplicemente per piacere a qualcuno, per avere i consensi delle persone che amiamo, per essere così come gli altri vorrebbero che fossimo. Diceva Gandhi che la felicità e la pace del cuore “nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.” Non è facile trovare questo coraggio, Signore, specialmente quando non vorremmo ferire coloro che amiamo. Eppure talvolta diventa necessario, perché la pace del cuore non ammette compromessi.

La Tua pace non è uno stato di ozio, è il risveglio della forza interiore dell’uomo che impara a distinguere tra tante voci, quella interiore che lo guida al compimento di sé stesso. Ciò che ci impedisce di accogliere la pace è spesso la paura di non essere adeguati, di non essere abbastanza forti, di non essere abbastanza per ciò a cui ci sentiamo chiamati. La pace ci cambia, già dal momento in cui ne sentiamo ardentemente il desiderio. E’ quel momento chiave in cui scopriamo che Tu hai messo dentro di noi  tutto quello che ci serve per vivere bene. E’ un fiume di vitalità nuova che sgorga da dentro. La pace stessa viene da dentro, perché è al cuore che Tu parli. Quante volte, Signore, cadiamo nella trappola di attendere un segnale da fuori, qualche cambiamento attorno a noi, nelle situazioni, nelle persone con le quali interagiamo affinché possiamo sperimentare la felicità, la Tua pace… Siamo in una perenne attesa di qualcosa che ci renda felici. Viviamo il qui e l’ora come se fossimo in una sala d’attesa, come diceva papa Francesco, non vivendo ma vivacchiando. Persino le scelte che facciamo sono condizionate; spesso scegliamo non ciò che vogliamo ma ciò che provoca meno sofferenza. Esse non sono altro che una continua fuga dalla sofferenza, scelte dettate dal timore. Cerchiamo di anticipare, di prevedere ciò che segue, di controllare tutto, Signore. Quale pace possiamo sperimentare? Abbiamo paura dell’abbandonarci al vivere liberamente il cammino, la vita, lasciandoci sorprendere, meravigliarci… Poi, naturalmente, ci si stanca. Stanca questo modo di vivere ed il momento del crollo è la nostra reale benedizione. Come diceva qualcuno… prima di raggiungere la pace con se stessi bisogna aver perduto molte logoranti battaglie contro l’io e infine anche la propria guerra.

E’ allora che siamo veramente pronti per il confronto con noi stessi. Accogliere la Tua pace non è altro che fare pace con sé stessi… così piccoli, così imperfetti, ma così desiderosi di incontrarti, di viverti nella nostra umile quotidianità, riconoscendoci come piccoli riflessi di te. Lo scrittore A. Clarke diceva che la più forte battaglia che uno porta è quella contro sé stesso, perché si è su entrambi i fronti. Non è facile superare quel dualismo che c’è in noi e che ci spinge a desiderare tanto persino ciò che fa male allo spirito… Ma Tu sei lì, anche in queste piccole battaglie che non finiranno se non il giorno che ci troveremo in Tua presenza. E’ anche in queste battaglie interiori che si manifesta la Tua pace… che non da pace: il fermento interiore di un’anima che pur provando desideri contrastanti è capace di distinguere ciò che realmente la rende libera e felice. Abitato dalla tua pace l’uomo non teme di mettersi in discussione, di reagire ai stimoli interiori e a quelli che vengono dall’ esterno, non teme di cercarti dentro e fuori, di leggere i costanti segni della Tua presenza nella storia della sua quotidianità. Egli comprende, Signore, che sia profondamente sbagliato reagire soltanto quando la sofferenza, un dolore, diventano insopportabili. Impara a perdonare e perdonarsi. E inizia a respirala già sulla soglia della porta che gli permette di correre in libertà verso di Te, e finchè non se ne riempie i polmoni si sente come in un guscio che gli va troppo stretto, stretto fino a fargli male. E’ così che egli smette di provare l’ansia di dover arrivare, di stabilire destinazioni che regalino soddisfazioni, un premio finale da stringere nelle mani; ma la destinazione sarà il viaggio stesso, vissuto con il cuore, un viaggio nel quale cercherà di diventare ciò che egli desidera rispecchiandosi in Te, un viaggio che gli procurerà gioia perché finalmente si sentirà prima di ogni altra cosa, vivo. Vivo in quanto amato da Te, che non gli chiedi di rivoluzionarsi per essere adeguato, di essere ciò che non è, ma soltanto di lasciarsi amare e poi cercare di donare  a sua volta frantumi di questo amore che faticherà a trattenere solo per sé…

“Perché la pace di Dio è quella che non ti da pace. Essa ti conduce in alto, verso le alture… sempre più su; altre volte ti fa scendere nelle profondità, sempre più giù… La pace ti fa vivere, sentire la vita. Non c’è posto per la noia. Senti di vivere rallegrandoti di tutto ciò che è bello, lottando contro tutto ciò che ti dice il contrario. Si, questa è la pace di Dio. […] una lotta con Dio che si scopre essere sempre diverso, nuovo.” (Fra Lucian Iosif Dumea- Padre, fratello e amico)

Andreea Chiriches Leone, Il Dialogo

http://www.nostrasignoradelcedro.it/

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