148975417 “Consideriamo la nostra vocazione. Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati non solo per la nostra salvezza, ma anche per quella di molti altri. Andiamo dunque per il mondo, esortando tutti con l’esempio più che con le parole, a fare penitenza dei loro peccati e a ricordare i comandamenti di Dio”. San Francesco d’Assisi

“Mi sento in missione ovunque, ogni volta che ho una persona di fronte a me”, mi ha detto per telefono qualche giorno fa una carissima amica. Insieme al marito e ai quattro figli hanno scelto di rispondere alla chiamata missionaria in una terra difficile come l’Ucraina. Alla vigilia della nostra partenza per la Romania, la prima in spirito consapevolmente francescano, il confronto con chi ha più esperienza e più vissuto è una benedizione. Ci si scorda facilmente infatti, che la nostra missione sia una hic et nunc, qui e ora, in ogni circostanza della nostra vita, dal momento in cui decidiamo di dare la nostra (debole quanto noi) adesione al Signore.

Nell’epoca in cui visse San Francesco il termine “missione” era ancora sconosciuto, ma la sua vita è stata pienamente animata dallo spirito missionario. Esso sgorgava dal fervore di vivere e far conoscere il Vangelo: far arrivare agli infedeli la Parola che è verità. Non bastava però portare il messaggio di salvezza con le parole, bensì attraverso una testimonianza di vita che sia specchio dello stesso; di quel Cristo morto per tutte le anime indistintamente, le cui piaghe anch’egli custodiva nella sua carne. Come possiamo impregnare e vivere la nostra missione quotidiana nello spirito del padre serafico? Innanzitutto partendo dal Vangelo: non ci può essere missione senza Vangelo. In esso egli trovò la fonte della gioia e della pace (l’approccio della non violenza che voleva che caratterizzasse l’incontro tra i crociati e i musulmani, la missione di pace tra i Saraceni ecc.). Per Francesco dunque la missione è sinonimo di andare incontro al prossimo, di un dialogo amorevole e pacifico, perché alla base ci dev’essere nient’altro che la carità; un dialogo sincero e sereno con il diverso, con chi non la pensa e non sente come noi, animato dall’amore che ci impedisce di sentirci superiori, di giudicare; un incontro con il diverso che sia tolleranza e rifiuto del pregiudizio, che non sia imposizione. Egli porta per le vie del mondo il volto di un Dio potente nell’umiltà, nella fraternità, nell’accoglienza e nella condivisione. Il santo ci vuole missionari che “siano soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio”, missionari che “confessino di essere cristiani”, missionari che “annuncino la parola di Dio”. (Regola Non Bollata, XVI)

Un “si” rivolto a Te non sa essere singolare, Signore. Esso trascina dietro di sé migliaia di altri “si”. E’ un “si” che va riconfermato all’inizio di ogni mia giornata, di ogni incontro, di ogni imprevisto, dopo ogni mio fallimento, dopo ogni delusione. Un “si” rivolto a Te è come firmare un carta in bianco: non c’è alcuna rassicurazione che sarà facile, che andrà bene, che ce la farò; non ci sono nemmeno quei requisiti che caratterizzano un classico reclutamento che rende idonei: doti straordinarie, capacità o qualità particolari… gli apostoli sono stati scelti nella loro diversità e ordinarietà, per poi essere istruiti da Te. Diceva Don Tonino Bello che siamo “troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto.” Abbiamo paura dei nostri limiti, della nostra poca costanza, della nostra inconsistenza. Quando non bastiamo a noi stessi, con quale spirito possiamo pensare di testimoniare Te? Il padre serafico ci chiede invece di non temere, perché non c’è da temere quando si cammina sulle Tue orme. Anche tu hai affrontato tante delusioni. E nell’ultima cena con i Tuoi, quando meno se lo meritavano, hai fatto loro e al mondo dono di Te stesso; proprio quando tutto sembrava ormai inutile: il mondo ti aveva rinnegato e abbandonato, e sapevi che persino uno di quei pochi che mangiavano con te Ti avrebbe tradito, venduto. Siamo amati all’inverosimile, Signore…

In virtù di ciò possiamo rasserenarci, non si tratta di noi, ma di Te: del Tuo amore perfetto che non smette mai di fidarsi, nemmeno di fronte alle prove più sconvolgenti e ripetute della nostra pochezza; della grazia che riversi nell’anima in maniera direttamente proporzionale alle ferite che essa ti arreca. Si tratta di un mare di perdono e amore, tanto quanto per affogare le nostre contrarietà, l’ingratitudine, le ostinazioni, le cecità. La missione tratta proprio di questo, della “perfetta letizia”: dell’uomo che si guarda dentro, e vedendo poco di lui vede tanto di Te e comprende quanto sia amato; dell’essere umano che afferra il valore e la bellezza della povertà, virtù maestra che gli permette di godere per ogni singolo dono, tanto da non poter tenerlo solo per sé. La missione tratta anche di chi si è stancato di sé stesso, delle proprie esigenze, di remarti contro, e vuole alleggerire il proprio fardello per camminare in libertà; di chi ha sete di felicità e sa già a quale fontana bere, e trova pace solo quando riesce a far bere anche al fratello.

La missione inizia nel momento in cui si ha la piena consapevolezza che il Vangelo non deve rimanere chiuso nelle nostre chiese; ha bisogno di gambe per camminare per le strade del mondo. Inizia quando non ci entusiasma più il sentirci cullati dalle nostre esili certezze di essere al sicuro tra “i giusti”, ma proviamo gioia nello stare accanto a chi non crede, a chi è lontano, proprio come ci hai insegnato tu, Gesù.

Sostienici, Signore, nella nostra missione quotidiana, affinché essa diventi null’altro che la condivisione della comunione con Te e con i fratelli, un continuo e instancabile donare di ciò che non abbiamo e che non ci appartiene, nella consapevolezza che siamo soltanto degli strumenti, Tuoi “servi inutili”.

Andreea Chiriches Leone, Il Dialogo

http://www.nostrasignoradelcedro.it/

 

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