“Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?” (FF 1915). E’ così che, sul monte della Verna, San Francesco si metteva in preghiera dinanzi a Te: umile creatura che altro non cerca che riconoscersi in Te. Si tratta di quella beatitudine che forse comprendiamo meno di tutte le altre, e che il padre serafico ha saputo trasformare in stile di vita: beati i poveri in spirito.Image

I giorni scorsi mi è capitato di trovare un breve racconto di un sacerdote greco a Salonicco: un paio di decenni fa, trovandosi in una libreria religiosa, vide entrare una signora anziana che, dopo aver ricevuto la benedizione di uno dei padri, chiese a costui una Bibbia. Il padre le domandò se sapesse leggere. Lei rispose: – No. Le chiese poi se volesse comprarla per regalarla a qualche nipote. Lei rispose: – No, no. Il padre le domandò infine a cosa le servisse la Bibbia dal momento che non sapeva leggere, e pensò, magari per metterla vicino ad un’icona? L’anziana rispose: – La prendo affinché ogni mattina e sera possa sedermi vicino all’icona del nostro Gesù con la candela accesa, aprirla e dirgli: “Signore mio, io non so leggere, ma tutto ciò che è scritto su questa pagina, mettilo prima nel mio cuore e poi nella mente. E illuminami perché io possa raccontare ciò che qui sta scritto prima ai miei figli e ai miei nipoti, e poi a tutti coloro che hanno sete della Tua parola.”

La fede di questa signora anziana mi ricorda quella dei miei nonni: persone semplici per i quali essa era tutto, nella logica che Cristo stesso è tutto. Ricorda la fede e la saggezza dei contadini che ancora sanno leggere, ascoltare e assecondare nella natura la voce del Creatore. Mi ricorda la saggezza dei poveri della missione: tanti Giobbe, seduti con i piedi nella polvere su piccole panchine di legno sul ciglio della strada, parlando con serenità di Te e della Tua perenne cura nei loro confronti. Di fronte alla loro accettazione e rassegnazione serena, nonostante le storie di disgrazie vissute a catena, qualche volta ho provato invidia: la saggezza e la fede incrollabile sono dei doni che cadono come la pioggia su un’anima libera, su una mente libera. Bisogna essere liberi da cose, dalle tante presunzioni, da forme di pensiero ingombranti, dalle voci che quotidianamente ci distraggono, da tutte quelle schiavitù che pur non essendo affatto indispensabili sappiamo renderle tali.

Chi sei Tu? Chi sono io? Non ce lo stiamo chiedendo più noi, impegnati a costruirci un Dio e un credo sulla misura delle nostre esigenze. Più possediamo, più ci compiacciamo di noi stessi e meno raggiungibile diventa la nostra meta. Chi sei Tu? Chi sono io? Ce lo chiediamo invece quando ci rendiamo conto che quanto abbiamo costruito attorno sono castelli di sabbia; quando ci sentiamo persi perché non abbiamo più il controllo della nostra vita; quando le amicizie e gli affetti ci deludono, e di colpo ci sentiamo soli.

Chi sono io? Sono colui che nulla è da sé, che nulla può senza di Te, che nulla ha per merito, ma per grazia. Sono colui che troppe volte cade e troppo spesso Ti volta le spalle, per poi perdersi in un mare di debolezze e incapacità dal quale non si salva mai da solo. Sono colui che cerca sé stesso all’infuori degli altri, che si rallegra senza condividere, che cerca di salire sempre un po’ più in alto rispetto al fratello, che si sente buono senza fare del bene, e si sente più avanti nel cammino di santità solo perché non fa del male. Sono colui che pensa a come caricarsi di sapere, titoli e meriti affinché agli occhi del mondo sembri più vicino a Te. Sono colui per il quale è difficile scrollarsi di dosso la caricatura che con fatica vuole assumere di Te. Sono colui che rinuncia ma non del tutto, che pur amandoti ritarda, che libera il cuore ma qualcosa tuttavia conserva sempre. Sono colui che nelle tante forme di povertà e disagio vede un Tuo fallimento, una Tua distrazione. Sono colui che Ti ama nei poveri, ma non ama e non assumerebbe mai la povertà per farsi simile a Te.

Chi sei Tu? Il mio tutto. Colui che c’è anche quando manca il coraggio di alzare lo sguardo verso il cielo per cercarti. Colui che ascolta anche quando la voce si affoga nell’imbarazzo di ogni caduta. Colui che non dimentica mai di risorgere, in questo mondo dove seminiamo morte con la nostra sola indifferenza, per far sì che tutto abbia un senso: per poter provare anche qui gioia e felicità, anche quando ci si sente sconfitti. Colui che mai si dimentica di amarci così come siamo, nonostante tutto.

Donaci, Signore, una fede semplice e forte; tanta umiltà, affinché possiamo lasciarti riempire i nostri vuoti e il nostro nulla; un intelletto d’amore che ci spinga a cercare lì dove maggiormente ami farti trovare: nella povertà e nel povero, nella situazione di disagio e nel bisognoso. Donaci di provare gioia nella solitudine, nell’esercizio della pazienza e dell’obbedienza. Donaci la saggezza di guardare la povertà con gli occhi di San Francesco, per scorgere in essa quella “virtù celeste per la quale viene calpestato tutto ciò che è terreno e transitorio; quella virtù per cui vengono tolti gli impedimenti, affinché lo spirito umano si possa unire liberamente con l’eterno Iddio.

Andreea Chiriches Leone

Il Dialogo, http://www.nostrasignoradelcedro.it/

La Voce della Verna, http://www.laverna.it/la-voce-della-verna/

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