“Esultate in Dio, nostro alleato; dite la vostra gioia al Signore, Dio vivo e vero, in canto di esultanza. Poiché il Signore è grande, è terribile: è Re potente su tutta la terra. Poiché il Padre che è nei cieli, nostro Re dall’eternità, ha mandato dall’alto il diletto Figlio suo: che nacque dalla beata Vergine Maria. Egli mi invocherà: «Il Padre mio sei tu». Ed io esalterò il mio Primogenito sopra tutti i re della terra. In quel giorno Dio ha fatto scendere la sua misericordia, durante la notte si è udito il suo cantico. Questo è un giorno che ha fatto il Signore: esultiamo e rallegriamoci in esso. Perché il santissimo bambino che amiamo ci è stato dato, e per noi è nato, lungo la via e deposto in una mangiatoia, perché non c’era posto in albergo. Gloria a Dio nel vertice dei cieli; pace in terra agli uomini di buona volontà. Si allietino i cieli, esulti la terra, si commuova la distesa immensa dei mari: godano i campi e quanto in essi vive. Cantategli un inno mai prima udito; canti al Signore tutta la terra. Perché grande è il Signore, e degno di ogni lode: terribile più che ogni altro dio. Date gloria e onore al Signore, o patrie di tutte le genti: date gloria al nome del Signore. Offritegli le vostre vite e portate la sua santa croce: e adempite fino in fondo i suoi santi comandamenti.” (Salmo di Natale, San Francesco d’Assisi)vsf12

Tra i quindici salmi che San Francesco compose “a onore e a memoria e a lode della passione del Signore”, troviamo il cosiddetto salmo di Natale, che egli chiese ai compagni di recitare da Natale fino ad Epifania, “a ciascun’ora”. Il fatto che per tutto il tempo del Natale il serafico padre abbia fatto di questo salmo la sua unica preghiera, mostra quanto egli trovasse racchiuso in questo scritto il mistero e la ricchezza del tempo che ci prepariamo a vivere. A differenza degli altri salmi che compongono l’Ufficio, questo unisce alle citazioni dal Salterio un numero maggiore di aggiunte personali che rimandano al vangelo di Luca.

San Francesco ci invita ripetutamente a gioire perché il nostro Dio è grande e potente, e per noi ha mandato sulla terra il Figlio, nato dalla Vergine; un Dio vero e vivo, che abita la nostra storia di ogni tempo. Questo racchiude la nostra fede, in esso è compreso il mistero del Natale, e l’esortazione a gioire viene estesa a tutto il creato: terra e cosmo insieme devono lodare e ringraziare il Signore. Insiste, per sottolinearne l’importanza, che questo sia il giorno in cui Dio ha riversato sulla terra la sua misericordia: un giorno fatto dal Signore, come il giorno di Pasqua, tempi in cui Egli inizia per poi portare a compimento il suo piano salvifico. E poi, come ci ha abituati, focalizza il suo sentire sulla povertà del santissimo bambino, per il quale non c’è posto nel mondo e farà della mangiatoia il proprio giaciglio; nato lungo la via, come gli erranti, come coloro che non possiedono nulla, umile e povero. E’ anche nell’umiltà e nella povertà che il padre serafico ha cercato di imitare il Figlio di Dio ed è ciò che ha lasciato come compito a chi lo avrebbe seguito, allora come nei tempi a venire: “I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia”. E conclude il suo canto di lode esortando ad offrire al Signore non doni materiali, ma la propria vita, portando la sua santa croce e seguendo fino in fondo i santi comandamenti; nella perfezione evangelica, come egli stesso ha testimoniato durante l’esistenza terrena. Perché tutto quello che professiamo, l’amore che proviamo per l’Altissimo, bisogna tradurlo nella quotidianità, e le forme che esso può assumere sono infinite. Sono tutte le espressioni del nostro agire e della nostra fedeltà. San Francesco va dunque oltre il sentimentalismo che la nascita di Gesù possa generare e in poche parole significative coglie il mistero più profondo del Natale e ciò che questo grande evento dovrebbe significare nella vita di ogni cristiano: Dio che scende in mezzo a noi, si fa simile a noi per poi abbracciare la croce santa. Tante volte erroneamente guardiamo il Natale distaccato dall’evento della croce; perché ubbriacati da luci, regali e altre forme di consumismo non leggiamo più questo mistero nella sua pienezza.

Il padre serafico amava il Natale, tanto che lo chiamò “la festa delle feste”. E forse la prima cosa che ci viene in mente nel pensare un collegamento tra i due è il presepio di Greccio del 1223, anno in cui prende vita la tradizione del presepio. Ne parlano le fonti, da Celano a Bonaventura. Celano racconta come il santo avesse ideato il presepio, appellandosi all’aiuto di un nobile d’animo e di sangue: “Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo il disagio in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello. […] In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà”; mentre il santo stava seduto di fronte, “con lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile”. E questo dovrebbe essere lo spirito con il quale ci si prosterna di fronte al Bambino di Betlemme. E’ questo lo spirito con il quale anche noi dovremmo allestire il presepio nelle nostre case, nelle nostre comunità: non rappresentando altro che la semplicità e la condizione di povertà con la quale Dio è sceso in mezzo a noi. Quella sera ivi si celebrò la santa messa e il padre serafico in veste di diacono, cantò il Vangelo e parlò al popolo della nascita del Re povero. Nel suo racconto San Bonaventura lo ritrae in tale circostanza cosparso di lacrime, traboccante di gioia e ricolmo di pietà. E di nuovo la commozione per la nascita si ricongiunge al sacrificio della croce in quella celebrazione eucaristica nella quale molte anime furono risvegliate dal loro torpore. Nella Leggenda perugina viene narrato un episodio avvenuto a Greccio, dove il padre si trovava a festeggiare il Natale insieme ai frati, in un anno indeterminato. Essi avevano preparato la mensa con cura, usando le migliori tovaglie e le posate più pregiate. Vedendo questo, prese il cappello ed il bastone di un mendicate, bussò alla porta dell’eremo e chiese loro elemosina, “per amore del Signore”. Ma fu subito riconosciuto da loro, ed il ministro rispose: “Fratello, siamo poveri anche noi, ed essendo numerosi, le elemosine che stiamo consumando ci sono necessarie. Ma per amore del Signore che hai invocato, entra, e divideremo con te le elemosine che Dio ci ha mandato“. Egli prese il cibo e si sedette a mangiare per terra, vicino al fuoco: “Quando vidi questa tavola preparata con tanto lusso e ricercatezza, ho pensato che non era la mensa dei poveri frati, i quali vanno ogni giorno a questuare di porta in porta. A gente come noi si conviene seguire in ogni cosa l’esempio di umiltà e povertà del Figlio di Dio più che agli altri religiosi: poiché a questo siamo stati chiamati e a questo ci siamo impegnati davanti a Dio e davanti agli uomini. Adesso, mi sembra, io sto a mensa come si addice a un frate“. E gli altri provarono vergogna. Meditare su queste parole potrebbe aiutarci a distinguere tra il senso della vera festa e la maniera pagana in cui spesso scegliamo di viverla, spesso perché trascinati dal vortice spietato del consumismo.

In questo periodo di attesa siamo chiamati anche noi, come i fedeli nella notte di Greccio, a svegliarci dal torpore, ad abbandonare le scorciatoie, le vie facili che ci rendono mediocri. Siamo chiamati a riscoprire l’Amore autentico: mettendoci in ascolto, osservando ed imitando fedelmente quanto il Signore ci ha insegnato, donandoci senza mezze misure là dove siamo chiamati, con umiltà e carità, perdonando. Questo tempo ci richiama ancor di più a cercarlo in mezzo alle nostre realtà di bisogno spirituale e materiale, nelle forme di povertà dalle quali siamo circondati, cercando di abbattere i muri costruiti dall’indifferenza, dall’orgoglio o peggio ancora, dall’odio.

Ciò che ci prepariamo a vivere nella festa del santo Natale richiede al di là dei sentimentalismi, la concretezza del vivere e dell’alimentare la nostra fede nella quotidianità della nostra vita. Richiede un cuore permeabile e accogliente alla Parola di Dio e hai fratelli, come un portone la cui chiave resta sempre attaccata all’esterno: a prescindere da come e quanto possiamo offrire, quello che più conta e far entrare chi bussa, ricordando le parole del Signore che dice: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,40)

Fa, o Signore, che in questo tempo di grazia i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri desideri diventino sempre più simili ai Tuoi, affinché possiamo vivere e operare nel mondo da strumenti autentici nelle Tue santissime mani, seguendo l’esempio del nostro padre serafico.

Andreea Chiriches Leone, Il Dialogo

http://www.nostrasignoradelcedro.it/

 

 

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