“E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti? […]; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.” San Francesco d’Assisi, Ammonizionimary-magdalene

Anche di quest’opera di misericordia San Francesco ha saputo essere un instancabile portavoce. In Vita prima, Tommaso da Celano che lo conobbe di persona, ci racconta: “non sapeva blandire i vizi di alcuno, ma li sferzava con fermezza, né approvava la vita dei peccatori, ma li percuoteva con aspri rimproveri.” Aggiunge però che egli fosse di carattere mite, di indole calmo, cauto nell’ammonire, accorto nel consigliare, veloce nel perdonare, lento all’ira, severo con se stesso e indulgente con gli altri. Comprendiamo dunque come l’asprezza e la fermezza fossero rivolte al peccato e mai alla persona, in quanto egli predicava la verità con franchezza. “Vigilava diligentemente su se stesso e sopra i suoi, scacciando da loro qualsiasi negligenza. Insegnava loro non solo a combattere i vizi ma anche a conservare puri i sensi esterni, per i quali la morte entra nell’anima.” E apprendiamo dalla stessa fonte come egli chiedesse perdono ai fratelli quando gli capitava minimamente di pensare male di qualcuno, come per ogni atto di mancanza commesso nei loro confronti. In Vita seconda lo stesso autore ci racconta che il serafico padre chiedeva ai suoi fratelli di “accogliere con santa affabilità quanti ricorrono a loro”, di essere “tanto benigni e sereni che i colpevoli non avessero timore di affidarsi al loro affetto”; di consolare gli afflitti e di “non chiudere ai smarriti le viscere della misericordia, ben sapendo che sono violentissime le tentazioni che possono spingere a tanto.” Li voleva nemici dichiarati del peccato e medici dei peccatori, mentre per primo si impegnava a “non apparire fuori diverso da quello che era dentro”.

Nella Lettera ai fedeli, San Francesco parla dell’importanza dell’usare nei confronti dei fratelli la misericordia che vorremmo fosse usata nei nostri confronti. “Per il peccato commesso dal fratello non si adiri contro di lui, ma lo ammonisca e lo conforti con ogni pazienza e umiltà”. E aggiunge: “Il giudizio di Dio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.”

Oggi molti di noi facciamo fatica a distinguere tra correggere (ammonire) e giudicare/condannare. Leggiamo sia l’ammonizione che la condanna in luce positiva, perché agiamo nel nome della giustizia e della verità. Altre volte confondiamo volutamente il condannare con la divulgazione, con il portare allo scoperto le colpe del fratello, magari gridando ai quattro venti le sue mancanze. Anche in questo San Francesco è radicale: “Non dire mai in assenza di qualcuno cose che non si possono dire con carità in sua presenza”. Eppure ci sentiamo spronati a farlo; abbiamo tanti strumenti per farlo, abbiamo anche tante “agorà” nelle piazze virtuali dove è facile ergersi a giudici degli altri. E quando non abbiamo le idee molto chiare per poter accusare spietatamente, ci accontentiamo del ruolo secondario, ma lo stesso appagante, di opinionisti. Lo facciamo ovunque, anche nelle comunità, persino nelle proprie famiglie, andando con forza contro il Vangelo. “Non giudicate per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” dice Gesù in Mt 7, 1, avvertendo sul pericolo di non accorgerci della trave del proprio occhio mentre impegnati a cercare la pagliuzza nell’occhio del prossimo, usando un termine forte: “ipocrita”.

Ammonire invece significa correggere fraternamente, amorevolmente. Giudicare, condannare sono spesso frutto del desiderio di individuare con odio o cattiveria una ragione per fare del male al prossimo o per farlo sentire inferiore, appropriandoci di un ruolo che non ci spetta e peccando dunque due volte, anche come usurpatori di un compito che appartiene esclusivamente a Dio. Chi ammonisce lo fa con dispiacere, soffre insieme al fratello per il male che vive ed è guidato da un solo desiderio, quello di vederlo libero da un determinato male. L’ammonizione avviene sempre nel nascondimento, in quanto chi lo fa non vuole recare alcun pregiudizio alla dignità del fratello. Si ammonisce in presenza dell’interessato mentre in genere si giudica e si condanna in sua assenza. L’ammonizione presuppone saggezza, delicatezza, umiltà, amore, mentre il giudizio e la condanna ci richiedono di metterci su un piano superiore e sono accompagnate da arroganza, malizia, presunzione, rifiuto e auto sufficienza, spesso conseguenze delle nostre frustrazioni interiori. E mentre l’ammonizione mira a guadagnare il fratello, il giudizio e la condanna vogliono allontanarlo, perderlo.

E quando siamo noi ad essere ammoniti? Le parole del padre serafico in Ammonizioni aprono ad una grande sfida interiore: “Beato il servo che è disposto a sopportare così pazientemente la correzione, l’accusa e il rimprovero da un altro, come se venissero da lui stesso. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che […] umilmente sopporta la riprensione per un peccato.”  Bisogna solo amare colui che ci corregge.

Nei Fioretti di San Francesco troviamo una pagina bellissima: il Poverello di fronte a Dio e a frate Leone apre il suo cuore e con umiltà confessa di essere un peccatore degno dell’inferno, cui il Signore dovrebbe dire che avendo peccato contro la misericordia non avrà alcun diritto a godere più di essa. Invece frate Leone risponde ripetutamente e con caparbietà, facendosi portavoce di Dio: “Iddio Padre, la cui misericordia è infinita più che il peccato tuo, farà te grande misericordia, e sopra esso t’aggiungerà molte grazie.” Quante volte noi, laici e consacrati, di fronte a persone che chiedono aiuto e sollievo in momenti di sofferenza e disperazione, ci troviamo a dire “il tuo peccato è troppo grande”, “per te non c’è più nulla da fare”, “non hai i requisiti per ottenere il perdono”? Quante volte, come dispensatori improvvisati e selettivi della misericordia di Dio, ci arroghiamo il diritto di decidere come gestirla, se concederla o meno; di dilatare i tempi finché pensiamo noi che sia arrivato il momento giusto? Di fronte ad una conversione del cuore, di fronte ad un pentimento sincero e ad una manifestazione concreta del bisogno che l’essere umano ha di Lui, il Signore non lo rimanda indietro, non chiude la porta, non attende la raccolta dei requisiti materiali (quel “quando” e quel “se” questi requisiti si possano raccogliere). Il Signore abbraccia il ferito in quel preciso istante. Lo soccorre allora, perché legge il dolore ed il bisogno del cuore dell’uomo, cosa che noi esseri umani non sappiamo fare; balbettiamo nel farlo, ci eroghiamo il diritto del prenderci del tempo, a volte provocando dei danni ai quali non possiamo più portare rimedio.

Insegnaci, Signore, ad accogliere con pazienza e a leggere in chi ci coregge, segni e strumenti del Tuo amore e della Tua infinta misericordia. Sostienici nel faticoso cammino di conversione, affinché possiamo essere per il prossimo testimoni coerenti e credibili. E fa, Padre santo, che le nostre parole e i nostri gesti siano sempre frantumi di Te offerti ai fratelli, grazie ai quali essi possano sempre sentirsi attesi, accolti, perdonati, amati.

Andreea Chiriches Leone, Il Dialogo

http://www.nostrasignoradelcedro.it/

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