Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori. […] E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore […] se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.”perche-perdonare-e-importante-640x427

(San Francesco d’Assisi- Lettera ad un ministro- FF 234- 235)

La pratica delle opere di misericordia sono esortazione continua della Bibbia (Antico e Nuovo Testamento); per noi cristiani rappresentano la traduzione pratica dell’amore divino. Degli “strumenti delle buone opere” (dell’elenco tradizionale, soltanto orientativo, perché le possibilità di esercitare la misericordia sono inesauribili) in questo scritto San Francesco ne tratta dell’importanza di due, tra le più difficili da operare: perdonare le offese e sopportare pazientemente le persone moleste. E’ seguendo i passi di Gesù che impariamo a diventare capaci di operare la misericordia: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. (Gv 13,34). La tradizione giudaica perpetua l’esortazione alla pratica di tali opere come strumento sempre a portata di mano per imitare Dio nella propria vita. In uno scritto paleocristiano, Il pastore di Erma, troviamo riferimenti precisi alle stesse opere spirituali di cui parla San Francesco: diventare i più umili tra gli uomini, tollerare la tracotanza, sopportare a lungo e con pazienza, non avere rancore. Sant’Agostino nei Discorsi, a sua volta insiste sul condonare il male subìto, ma le testimonianze in merito sono abbondanti in ogni epoca del cristianesimo.

Sopportare con pazienza e perdonare non è sempre facile, Signore, in quanto ciò richiede un lavoro colossale con il proprio “ego” screditato, umiliato, calpestato, calunniato. Non sono opere da poter praticare se non ci si è mai rifugiati nel cuore del Padre misericordioso, se non si è mai fatto esperienza della grandezza e della forza dell’amore totale. Perdonare significa cancellare il male subìto insieme al rancore, significa continuare ad amare, come tu insegnasti dall’alto della croce. Quante volte nel tacere di fronte alle offese ho sentito morire una parte di me… Quante volte il trovarmi a interagire con persone importune mi turba in maniera non indifferente… Nel frattempo scorrono fiumi di lamenti per non avere sufficienti occasioni per dimostrarti il mio amore. Scriveva San Cesario di Arles: “Tu puoi dirmi: ‘Non ho nulla da dare al povero’ […] Ma puoi forse dirmi che non puoi avere la carità? Essa il cui possesso aumenta quanto più viene donata. […] perdonare al peccatore lo puoi sempre fare, se solo lo vuoi. Può avvenire che tu non abbia da dare ai poveri né oro, né argento né vesti […] ma quanto ad amare tutti gli uomini, a volere per gli altri ciò che vuoi per te e perdonare ai tuoi nemici, non potrai mai trovare giustificazioni per non farlo.”

Certo, è più semplice perdonare quando chi offende mostra un cenno di pentimento; in mancanza del dispiacere manifestato vedo raddoppiare i miei sforzi. Tu invece mi chiedi di perdonare senza condizioni. Non di rado mi ritrovo a pronunciare con un filo di voce quel “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Guai se lo facessi davvero, guai se tu fossi così radicale e rigoroso quanto me. Sarei indiscutibilmente persa. Trovarsi impreparati nell’esercizio del perdono è una sconfitta interiore ben più grande dell’ingiustizia subìta, eppure spesso si rimane intrappolati. Nel contemplare l’infinità della misericordia che quotidianamente riversi nella mia vita comprendo di non avere il diritto di non fare lo stesso con i fratelli, eppure tante volte fallisco.

C’è una difficoltà talvolta insormontabile nel perdonare l’altro quanto nel perdonare sé stessi, magari per la propria incapacità di vedere oltre oggi e ora, e di rapportare il tutto ad un contesto di significati ben più ampio. Magari perché le soluzioni facili sono più attraenti e purtroppo danno l’illusione di appagamento: il solo pensiero della vendetta mi crea ribrezzo, ma forse anche l’isolarmi è una vendetta, il non aprirmi più a chi mi offende, a sfuggirlo, a non offrire più quel poco che ho perché so che non lo apprezza. Queste non sono forse forme di vendetta? E’ per la stessa ragione, Signore, che restiamo intrappolati nelle situazioni del passato, perché siamo incapaci di una sguardo compassionevole fino in fondo verso persone, situazioni, verso noi stessi; non sappiamo perdonare e perdonarci fino in fondo. Quanto questo ci fa vivere male…

Guardiamo il molesto nel contesto delle sue azioni sgradevoli, irritanti, e mai all’infuori di esso: alla persona nel suo intero, alle impronte che con molta probabilità si porta dietro per contesti ed esperienze sicuramente non positive. A volte le parole e le azioni dei molesti non sono rivolte a chi le subisce, ma sono rivolte a loro stessi, alle proprie frustrazioni, alle ferite interiori. Cosa ne sappiamo delle battaglie altrui? C’è un linguaggio del dolore che per molti è l’unico appreso e costituisce perciò la normalità, l’unico attraverso il quale sanno esprimersi. Capita di desiderare il cambiamento di determinate persone considerate ostacoli lungo il cammino di crescita interiore, come di lamentare il non poter vivere la santità come vorrei, non qui, non oggi; magari altrove sarebbe molto più facile, ci riuscirei senz’altro. Ma, come dice il padre serafico, ciò che in maniera superficiale vedo come ostacolo altro non è che mezzo benedetto per raggiungerti. La realtà di ognuno di noi è molto di più di una fila di colpe e difetti che danno all’occhio, e per arrivare a comprenderla anche solo in parte ci vorrebbe uno sguardo molto ampio. L’accettazione, il perdono non sono come il pensiero comune vuole, da abbinare alla debolezza; sono atti che richiedono coraggio e forza di volontà, frantumi di quel soffio divino che volendo possiamo far dimorare nella nostra anima. Sono strumenti che mi danno la possibilità di identificarmi con te nel mio vivere quotidiano, ma nella mia cecità non riesco a vederlo.

Sostienimi Signore in questo cammino di conversione continua affinché possa vivere e pregare come San Francesco: “Fa di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa ch’io porti amore, dove è offesa, ch’io porti il perdono, dove è discordia, ch’io porti la fede. […] Maestro, fa che io non cerchi tanto ad essere compreso, quanto a comprendere, ad essere amato, quanto ad amare.” Concedimi allo stesso modo la grazia di non stancarmi mai, a mia volta, di chiedere perdono, a te e ai fratelli, per le mie tante colpe e fallimenti. Non è per morire a me stessa che lo desideri, mio Signore, ma perché possa sperimentare la bellezza e la pienezza della fratellanza, dell’amore perfetto, frutto della “vera obbedienza”.

Andreea Chiriches Leone, Il Dialogo

http://www.nostrasignoradelcedro.it/

http://buonanovella.info/blog/frammenti-di-vangelo/il-grido-d-amore-che-vive-in-eterno

Annunci